Tumore del rene: primo studio su integrazione di chirurgia e terapia medica
Nell'ambito del 54° Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), tenutosi a Chicago, sono stati presentati i risultati di una ricerca che ha coinvolto 76 pazienti di 12 centri del nostro Paese. Si tratta del primo studio al mondo che fornisce informazioni decisive sull’approccio multidisciplinare integrato, cioè sull’utilizzo della chirurgia e della terapia medica nel tumore del rene avanzato.
Nel 2017 in Italia sono stati stimati 13.600 nuovi casi di tumore del rene (9.000 uomini e 4.600 donne), circa l’80% è costituto dal carcinoma a cellule renali. Lo studio RESORT, di fase II, ha coinvolto pazienti colpiti da questa neoplasia precedentemente operati al rene (nefrectomia). Questi pazienti presentavano non più di 3 metastasi. “La chirurgia radicale delle metastasi seguita da un periodo di osservazione è la strategia comunemente utilizzata nei pazienti colpiti da carcinoma a cellule renali avanzato – spiega il prof. Procopio -. Nello studio, coordinato dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, abbiamo confrontato questo approccio con quello costituito da chirurgia delle metastasi seguita dal trattamento con un farmaco mirato anti-angiogenico. L’obiettivo era valutare se questa seconda opzione potesse offrire benefici in termini di sopravvivenza libera da recidiva. La ricerca non ha evidenziato differenze statisticamente significative nei due approcci”. La sopravvivenza libera da recidiva a 1 e 2 anni era pari al 62% e 52% nei pazienti trattati con l’approccio integrato e al 74% e 59% in quelli nel braccio di osservazione. “Però, in un sottogruppo di pazienti con specifici tipi di metastasi resecate – continua il prof. Procopio -, si è evidenziato un decorso favorevole grazie all’integrazione della chirurgia e della terapia farmacologica. È il primo studio che analizza questo specifico contesto clinico. Quindi vanno selezionati i pazienti candidabili ai diversi approcci in base alle sedi e alla numerosità delle metastasi. Senza dimenticare che la collaborazione multidisciplinare tra urologi, chirurghi, oncologi medici, radioterapisti, anatomopatologi e medici nucleari rappresenta oggi un percorso necessario”.
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Gli antibiotici orali potrebbero aumentare il rischio di calcolosi renale
È stato rilevato che bambini e adulti trattati con alcuni antibiotici orali presentano un rischio significativamente aumentato di sviluppare calcolosi renale. È la prima volta che questi farmaci sono stati collegati a questa condizione. Il rischio sembra essere massimo nei più giovani e tra pazienti più recentemente esposti ad antibiotici.
"La prevalenza globale di calcolosi renale è aumentata del 70% negli ultimi 30 anni, con incrementi particolarmente evidenti tra adolescenti e giovani donne" spiega il principale autore dello studio Gregory E. Tasian, MD, MSCE, urologo pediatrico presso il Children's Hospital di Philadelphia (CHOP). Tasian sottolinea come i calcoli renali erano rari nei bambini. Aggiunge la co-autrice dello studio, Michelle Denburg, MD, MSCE, nefrologa pediatrica al CHOP: "Le ragioni di questo incremento sono ignote, ma i nostri risultati suggeriscono che gli antibiotici orali possano giocare un ruolo, soprattutto visto che ai bambini vengono prescritti antibiotici più frequentemente che negli adulti".
Lo studio ha raccolto i dati elettronici del Regno Unito che copre 13 milioni di adulti e bambini visti da Mmg, nell'ambito dell'Health Improvement Network (un ampio database anonimo sui dati clinici di pazienti che afferiscono alla medicina generale) tra il 1994 e il 2015. Il team ha analizzato la precedente esposizione ad antibiotici per circa 26.000 pazienti con calcoli renali, confrontandoli con circa 260.000 controlli.
Dall'analisi dei dati è emerso che 5 classi di antibiotici orali sono associati a una diagnosi di calcolosi renale: sulfamidici, cefalosporine, fluorochinoloni, nitrofurantoina e penicilline ad ampio spettro. Dopo aggiustamento per età, genere, infezioni del tratto urinario, altri farmaci e altre condizioni mediche, i pazienti che avevano ricevuto sulfamidici avevano più del doppio delle probabilità di avere calcoli urinari rispetto ai non esposti; per le penicilline ad ampio spettro l'incremento era del 27%.
Il maggior rischio è stato rilevato in bambini e adolescenti. Il rischio di calcoli urinari decresce col tempo ma rimaneva elevato diversi anni dopo l'utilizzo di antibiotici.
Era già noto che gli antibiotici alterano la composizione del microbioma umano. L'alterazione del microbioma intestinale e urinario è stato associato all'insorgenza di calcoli renali, ma non ci sono stati precedenti studi che rivelassero un'associazione tra uso di antibiotici e calcoli. Il nuovo studio rinforza la necessità per i medici di prescrivere con attenzione il corretto antibiotico.

Tasian GE, et al. Oral Antibiotic Exposure and Kidney Stone Disease. J Am Soc Nephrol 2018; ASN.2017111213 DOI: 10.1681/ASN.2017111213
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I segni di malattia renale cronica possono precedere la diagnosi di diabete
Molti pazienti mostrano segni di malattia renale cronica (CKD) prima di una diagnosi di diabete. È quanto emerge da uno studio che ha preso in considerazione oltre 36.000 veterani a cui è stato diagnosticato il diabete tra il 2003 e il 2013.
È ampiamente noto che le persone con diabete sono a rischio di nefropatia, ma il nuovo studio aggiunge che questi pazienti possono soffrire di un danno renale non diagnosticato anche prima di sapere di avere il diabete.
Sulla base dei dati provenienti dai referti elettronici del Veterans Affairs, i ricercatori hanno rilevato che oltre il 30% dei veterani diabetici avevano già segni di CKD. Vi sono anche disparità regionali e razziali che condizionano il rischio di malattia renale, sulla base del tasso stimato di filtrazione glomerulare (eGFR) e il rapporto urinario albumina-creatinina.
Sono risultati a maggior rischio i veterani con età più avanzata, emoglobina glicata più elevata, valori pressori e BMI più alti, che sono tutti fattori di rischio per diabete, coloro che presentavano malattia cerebrovascolare, scompenso cardiaco e arteriopatia periferica.
Le possibili ragioni per cui il danno renale può precedere il diabete potrebbero essere essenzialmente due: il primo è che il diabete di tipo 2 può rimanere non diagnosticato per lungo tempo e quindi la diagnosi di neferopatia precede quella del diabete. Il secondo è che il danno renale potrebbe provenire da altre condizioni comuni nella popolazione a rischio di diabete. Secondo i ricercatori potrebbe quindi essere opportuno allargare lo screening tra i pazienti ad aumentato rischio di CKD, che potrebbe portare anche a una più precoce identificazione di diabete di tipo 2.

Gatwood J, et al. Kovesdy. Evidence of chronic kidney disease in veterans with incident diabetes mellitus. PLOS ONE 2018; 13: e0192712 DOI: 10.1371/journal.pone.0192712
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Correlazione fra stato socio-economico e rischio di disfunzione renale
Che lo stato socio-economico influisca sullo stato di salute delle persone è ormai consolidato e forse dovrebbe essere preso maggiormente in considerazione da chi si occupa di politiche sanitarie. Nuove evidenze sulla correlazione fra condizioni di vita e salute provengono ora anche da un recente studio che ha dimostrato come questo fenomeno riguardi strettamente anche la nefrologia.
Esistevano già forti evidenze riguardo un'associazione fra lo stato socio-economico (SES) e la malattia renale terminale (ESRD). Il nuovo studio ha quindi puntato l'attenzione sul rischio di malattia renale cronica (CKD). Per questo sono stati coinvolti 14 086 soggetti con un tasso di filtrazione glomerulare stimato (eGFR) di almeno 60 mL/min/1.73 m2 al basale afferenti all'Atherosclerosis Risk in Communities study (1987-89).
Tra la popolazione studiata, 432 partecipanti hanno sviluppato ESRD e 3510 CKD nel corso di un follow-up medio di circa 23 anni. Dopo aggiustamento per gli aspetti demografici e eGFR, l'hazard ratio (HR) per l'incidenza di ESRD rispetto al gruppo ad alto reddito era di 1.56 per il gruppo a medio reddito e 2.30 per il gruppo a basso reddito; l'HR per CKD era invece di 1.10 per il gruppo a medio reddito e 1.30 per quello a basso reddito.
Dopo tutti gli aggiustamenti, l'HR per ESRD era di 1.33 nel gruppo a medio reddito e 1.50 per il gruppo a basso reddito; per CKD era di 1.01 per il gruppo a medio reddito e 1.04 per il gruppo a basso reddito. Il declino di eGFR era rispettivamente del 5 e del 15% più ripido nei gruppi a medio e a basso reddito. I risultati sono stati simili per quanto riguarda i bassi titoli di studio e maggiori privazioni, entrambi associati a outcome avversi.
Gli Autori concludono quindi che il SES è associato non solo a ESRD ma anche al declino di eGFR, sebbene l'associazione con CKD appaia più debole.

Vart P, et al. Socioeconomic status and risk of kidney dysfunction: the Atherosclerosis Risk in Communities study. Nephrol Dial Transplant. 2018. doi: 10.1093/ndt/gfy142.
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Infertilità maschile: scoperto nuovo fattore presente nello sperma
Una ricerca ha identificato una nuova struttura nello sperma umano che potrebbe fornire nuove vie per affrontare l'infertilità maschile e conoscenze su difetti dello sviluppo embrionale in fasi precoci.
L'eredità del centrosoma durante la fecondazione umana è tuttora misteriosa. Un nuovo studio dell'Università di Toledo ha mostrato che il centrosoma spermatico contiene, in aggiunta al noto centriolo a forma di botte (centriolo prossimale - PC), una matrice circostante (materiale pericentriolare - PCM) e un centriolo atipico (centriolo distale, DC) composto di microtubuli sparsi intorno a proteine luminali a forma di barre mai descritte prima. Il centrosoma spermatico è rimodellato dalla riduzione e dall'arricchimento di specifiche proteine e dalla formazione di queste barre durante la spermatogenesi.
"Questa ricerca è significativa perché le anomalie nella formazione e nella funzione del centriolo atipico potrebbero essere la radice dell'infertilità di causa ignota in coppie che non hanno opzioni di trattamento disponibili " spiega Tomer Avidor-Reiss, professore presso l'UT Department of Biological Sciences. "Questo può anche avere un ruolo nell'aborto precoce e in difetti dello sviluppo embrionale".
Il centriolo è la sola struttura cellulare essenziale conferita esclusivamente dal padre. È all'origine di tutti i centrioli nei trilioni di cellule che costituiscono il corpo umano adulto. I centrioli sono essenziali per la costituzione delle cilia cellulari e del citoscheletro come anche per il completamento di un'accurata divisione cellulare.
Uno zigote necessita di due centrioli per iniziare una vita. Si è creduto precedentemente che lo sperma fornisse un solo centriolo alla cellula uovo e che questo si duplicasse.
"Dal momento che l'uovo della madre non fornisce centrioli e che lo sperma del padre possiede solo un centriolo riconoscibile, abbiamo cercato di conoscere da dove venisse il secondo centriolo nello zigote" spiega ancora Avidor-Reiss. "Abbiamo trovato il centriolo 'nascosto' usando tecniche chirurgiche all'avanguardia e la microscopia. È stato trascurato in passato perché è completamente differente dal centriolo noto in termini di struttura e composizione proteica".
Il centriolo atipico contiene un piccolo nucleo di proteine necessarie al centriolo spermatico "noto" per formare un centriolo completamente funzionante dopo la fecondazione nello zigote utilizzando le proteine dell'uovo.
Questa scoperta potrebbe fornire nuove vie per strategie diagnostiche e terapeutiche per l'infertilità maschile e conoscenze su difetti embrionali nelle prime fasi di sviluppo.

Fishman EL, et al. A novel atypical sperm centriole is functional during human fertilization. Nat Commun 2018; 2210
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